Consiglio Regionale del Piemonte

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Si rende disponibile e fruibile da oggi la registrazione del seminario "Una casa senza sbarre" svoltosi lo scorso 4 giugno in modalità digitale attraverso la piattaforma Webex dell’Università di Torino.

L’approfondimento, voluto e organizzato dai Garanti dell’Infanzia e dell'Adolescenza e delle persone detenute della Regione Piemonte si è posto l’obiettivo di una valutazione pubblica sulla necessità e possibilità di avere anche in Piemonte una Casa famiglia protetta per mamme con bambini nell’ambito dell’esecuzione penale.

La Legge 62/11 ha introdotto nell’Ordinamento penitenziario del 1975 norme di maggior tutela per le detenute mamme e ha istituito in carcere le “Icam”, strutture a custodia attenuata per le madri ristrette con i figli minori al seguito (bimbi fino ai 6 anni), volendo archiviare le “sezioni Nido” (bimbi fino ai 3 anni), tuttora presenti in molte realtà penitenziarie femminili. A oggi sono 5 le Icam attivate in tutta Italia: a Lauro (Avellino), a Milano San Vittore (struttura nata nel 2007, prima delle legge), a Venezia Giudecca, a Cagliari e infine a Torino nella Casa circondariale Lorusso Cotugno.

Le Icam avrebbero dovuto essere fuori dal contesto carcerario, ma non è sempre così, neanche a Torino, e le preoccupazioni della sicurezza hanno preso il sopravvento rispetto alle ambizioni trattamentali di reinserimento sociale e considerazione primaria dell’interesse del minore. Il progetto originario di presa in carico di questo particolarissimo target di popolazione detenuta e di questa problematica sociale, che ha un indubbio impatto nella sensibilità dell’opinione pubblica, aveva previsto anche la nascita di una rete territoriale di “Case famiglia protette” (bimbi fino a 10 anni) per offrire l’alternativa concreta di un’accoglienza in ambiente “senza sbarre”. Alternativa in primo luogo ai magistrati che devono decidere le misure restrittive della libertà.

Sono solo due attualmente le esperienze in Italia: il seminario ha intenso approfondire, con gli interventi di Andrea Tollis, dell’Associazione Ciao di Milano e di Lillo Di Mauro della Casa di Leda di Roma, le realtà già attive per sostenere l’opportunità e la necessità di riprendere in mano l’attualità di un percorso nazionale interrotto e, nello specifico, di lanciare il progetto per dotare il territorio piemontese di una sua “Casa famiglia protetta”, anche in considerazione dell’esistenza e dell’esperienza ormai quinquennale dell’Icam “Maria Grazia Casazza” all’interno del carcere di Torino.

Dopo l’intervento introduttivo di Chiara Caucino, assessore alle Politiche della famiglia, dei bambini e della casa, al Sociale e alle Pari opportunità della Regione Piemonte, l’illustrazione del quadro giuridico di Giulia Mantovani, docente di Diritto penitenziario presso il dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino, ha permesso di focalizzare il contesto normativo e comparato in cui ci si muove.

Andrea Giorgis, sottosegretario di Stato alla Giustizia, ha aperto il confronto a un più ampio quadro di politiche nazionali sulla giustizia e sull’esecuzione penale intra ed extra muraria, arricchendo il dibattito con prospettive di medio-lungo termine e confermando l’impostazione ideale di fondo che sostiene i percorsi faticosamente intrapresi.

La discussione ha visto l’interlocuzione dei principali soggetti istituzionali e del privato sociale coinvolti dalla tematica e concretamente interessati agli sviluppi possibili.

Particolarmente significative le conclusioni, che faccio mie,  proposte da Stefano Anastasia, portavoce dei Garanti regionali e territoriali delle persone private della libertà e Garante dei detenuti del Lazio e dell’Umbria. Nel decennio trascorso si è potuta registrare una costante presenza di mamme con bambini in carcere, attorno alle 50 mamme e 60 figli, con un picco di 70 bambini nel 2013. Solo in due occasioni, diversamente tragiche, si è potuto riscontrare un forte diminuzione della presenza in carcere: dopo il duplice omicidio avvenuto per opera di una mamma sui suoi piccoli figli nella sezione Nido di Roma Rebibbia e ora, in concomitanza con la pandemia Covid-19. Con le norme e le strutture esistenti si sono rese possibili misure alternative al carcere in numeri significativi, non ovunque nel Paese, ma ad esempio la sezione di Roma è arrivata ad avere una sola mamma presente.

Inoltre, sulla base dell’esperienza della Casa di Leda, collocata in un edificio confiscato alla mafia e con costi annui di circa 150.000 euro, si può dire che con 1,5 milioni di euro si potrebbero avere dieci Case famiglia protette da 5/6 posti mamma e che quindi potrebbe coprire il fabbisogno atteso, assicurando una gestione organizzata e stabile del servizio. Senza contare che il territorio – debitamente sensibilizzato -  e i soggetti del Terzo settore già attivi possono arricchire e differenziare l’offerta di accoglienza rendendo disponibili soluzioni ulteriori di presa in carico, offendo ai magistrati una platea ampia di soluzioni possibili.

Il seminario “Una casa senza sbarre” rappresenta – grazie agli interventi autorevoli e alle dichiarazioni di intenti - una piccola ma significativa tappa di un cammino non più rinviabile.

La domanda “che ci faccio io qui?” – che è il titolo di una mostra fotografica voluta dall’Associazione “A Roma, insieme” come sintesi iconografica della mobilitazione culturale che ha portato alla legge del 2011 – continua a interrogarci.