Consiglio Regionale del Piemonte

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Il senso del carcere, alla luce delle sentenze

Le notizie che quotidianamente emergono dalla comunità penitenziaria ci interrogano come persone prima ancora che come cittadini, come uomini prima ancora che come rappresentanti delle istituzioni.

Il carcere è un luogo complesso, chiamato a compiti ardui, dove le capacità professionali di tutti gli operatori devono essere costantemente supportate da sensibilità umana, visione di prospettiva e formazione continua.

La cura, il recupero e il reinserimento sociale dei detenuti previsto dalla Costituzione deve essere calato e incarnato nei singoli casi, spesso difficili e apparentemente incorreggibili, per di più in un contesto di delicati equilibri di forza: quella lecita e quella illegale.

La sfida quotidiana è quella di continuare a trovare gli stimoli per conquistare e garantire un'esecuzione penale efficace ed efficiente, anche avendo il coraggio di mettere in discussione un sistema che spesso espone i suoi stessi componenti a rischi e abusi.

Il modello italiano è stato più volte sanzionato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza “Sulejmanovic” nel 2009 e con la sentenza “Torreggiani” nel 2013.

Si tratta di un apparato che, sulla base dell’Ordinamento penitenziario del 1975, sarebbe volto al trattamento delle persone ristrette in un’ottica di “rieducazione”, ma poi le difficoltà organizzative e l’impianto storico finiscono per caratterizzarlo in chiave prevalentemente sicuritario, come se l’esclusione temporanea dal consesso sociale fosse di per sé la risposta più efficace ed efficiente per sanzionare un reato, sanare una ferita, ricucire uno strappo, riparare un danno, evitare la recidiva.

Un “vecchio” provveditore dell’Amministrazione penitenziaria del Piemonte, Enrico Sbriglia, spesso e volentieri ricorda - con velata ironia - che c’erano più assistenti sociali quando il carcere si presentava con la faccia repressiva dell’antica galera negli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80 che non ora quando la retorica del reinserimento sociale sembra imperare in ogni dove. Si parla, infatti, di recupero, ma il numero degli educatori, dei mediatori, degli assistenti sociali, degli psicologi, dei medici, degli infermieri, degli OSS è incomparabile con quello della polizia penitenziaria, che alla fine è chiamata ad assicurare compiti e funzioni per cui non è preparata e neanche pagata, in un contesto sempre più difficile per le problematiche di marginalità, di devianza, di tossicodipendenza, di disagio psichico che il carcere inevitabilmente filtra e raccoglie.

Per quanto riguarda le attuali vicende relative alla Casa circondariale di Torino personalmente non posso che auspicare che si faccia chiarezza il prima possibile, a tutela di detenuti e dei detenenti.

Nell'attesa delle verità processuali, era inevitabile che l'Amministrazione penitenziaria cercasse di assicurare le condizioni massime di serenità e trasparenza per tutti gli operatori, a cominciare dai ruoli apicali.

Oggi più di ieri, sono convinto che tutti assieme, nei vari ruoli, si debba lavorare con passione e speranza affinché “dopotutto, domani è un altro giorno!”, ma un altro per davvero.