Consiglio Regionale del Piemonte

Vai ai contenuti

Prendere esempio dal Ferrante Aporti

Nelle settimane scorse si è insediata e ha cominciato a lavorare una “Commissione per l’architettura penitenziaria” presso il Ministero di Giustizia. Composta da 14 componenti, e presieduta dall’architetto Luca Zevi, vede tra i suoi membri figure apicali dei due Dipartimenti per l’Amministrazione penitenziaria (Dap) e per la giustizia minorile e di comunità (Dgmc), il presidente della Cassa delle ammende e il Garante nazionale per le persone private della libertà. Due esperti sono piemontesi: l’architetto Cesare Burdese ed il docente del Politecnico Paolo Mellano.

Il decreto di istituzione della Commissione indica anche l’obiettivo: “elaborare un format strutturale in grado di ripensare e riqualificare gli spazi carcerari, secondo un approccio multidisciplinare, culturalmente adeguato alla cornice costituzionale e alle indicazioni della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (Cedu) e  del Consiglio d’Europa relative alla vivibilità dell’ambiente detentivo e alla qualità del trattamento”.

Personalmente ho già contattato tutti i componenti della Commissione, inviando loro, con gli auguri per un proficuo lavoro, il quinto Dossier sulle criticità strutturali e logistiche delle 13 carceri per adulti del Piemonte e dell’Istituto penale minorile di Torino, redatto in collaborazione con il Coordinamento piemontese dei garanti comunali e presentato - come tradizione - a fine anno.

Mi interessa sottolineare un punto saliente della riflessione urgente sull’esecuzione della pena detentiva in Italia: nel dibattito pubblico, ma forse anche nell’attenzione dell’Amministrazione penitenziaria, il senso delle condanne della Cedu (Sulejmanovic 2009 e Torreggiani 2013) si è ridotto a un mero problema di metri quadrati delle celle.

La questione esplicitamente posta al nostro Paese dalle decisioni della Corte europea ha, invece, portata ben più ampia. C’è il dato oggettivo dello spazio fisico minimo incomprimibile da assicurare a ciascun detenuto, a pena di sanzione risarcitoria che lo Stato deve versare a chi ha oggettivamente subito una detenzione “inumana e degradante”, ma vi è molto di più nelle condanne della Cedu. C’è, nero su bianco, la richiesta all’Italia – come agli altri Paesi che hanno firmato la Convenzione europea dei diritti umani – di considerare complessivamente il tempo della reclusione, che deve essere un tempo utile per il recupero e il reinserimento sociale, non il mero conteggio degli spazi di pavimento calpestabile in una cella sovraffollata, su cui in nostro Paese è visibilmente in cronica difficoltà, con carceri vecchie e soprattutto nate sulla spinta di esigenze diverse dal trattamento. Le “celle detentive” devono diventare “stanze di pernottamento”, non solo per decisione di una circolare dipartimentale che obbliga all'uso di un lessico nuovo, ma per intrinseca consapevolezza. Se si tratta di garantire la necessaria e legale vivibilità delle stanze dove si va solo a dormire, questo sposta necessariamente l’attenzione e l’urgenza di intervenire sugli altri spazi e sul tempo da vivere proficuamente fuori dal ristretto spazio di un’intimità promiscua e infeconda, se non dannosa.

Il Regolamento del 2000 (20 aani fa...), attuando l’Ordinamento penitenziario per gli adulti del 1975 (46 anni fa...), già prescriveva le docce in stanza, locali di socialità e refettori comuni dove consumare i pasti, indicando nelle iniziative formative, scolastiche, lavorative e culturali la vera sostanza dei percorsi trattamentali volti a impedire la recidiva e a offrire una seconda chance all’arrestato.

Il sistema penitenziario italiano fatica molto ad adeguarsi e a modificarsi: sia perché si tratta quasi di cambiare pelle (pur avendo singoli progetti e singole iniziative di eccellenza), ma soprattutto perché occorre calare sempre le previsioni costituzionali, di legge o di convenzione internazionale nella realtà quotidiana esistente e, in questo caso, tutte le migliori intenzioni si scontrano con le criticità strutturali delle 189 carceri per adulti italiane.

In questo contesto – non sembri paradossale - anche l’Europa guarda invece all’Italia - con interesse e apprezzamento - per quanto riguarda il sistema della giustizia minorile, dove l’esecuzione penale in carcere è davvero l’extrema ratio e l’approccio è prioritariamente trattamentale.

Guardare al Ferrante Aporti vuol dire recuperare gli stimoli culturali del grande pedagogista ottocentesco, ma anche – molto concretamente – guardare, apprezzare e sostenere gli sforzi di chi, nell’ambito degli istituti penali per minori (ma ora anche per i giovani adulti fino ai 25 anni che abbiano commesso reato in minore età) si impegna quotidianamente ad arricchire l’offerta di progetti e iniziative da mettere sul tavolo. Non a caso l’istituto penale per minori di Torino porta il suo nome.

Sono 17 gli Istituti di pena minorili (Ipm) in Italia e sono affiancati dai Centri di prima accoglienza (Cpa), che funzionano da filtro all’ingresso: se si può, dove vi siano le condizioni giuridiche e personali, si evita il trauma della detenzione, ma si tenta un percorso di comunità o di affidamento, con una messa alla prova di chi ha compiuto un reato.

Se invece si deve registrare un fallimento nei percorsi alternativi o se la condanna è molto significativa entra in campo l’Ipm: una riflessione pubblica sulla persistente necessità di prevedere la detenzione minorile è stata avviata anche nel nostro Paese, partendo proprio dal numero esiguo di detenuti (meno di 400) e dalla brevità di durata della detenzione media (circa 70/80 giorni).

L’attuale struttura del Ferrante Aporti di Torino, sin dai tempi di don Bosco e del suo oratorio salesiano per i “discoli”, si è caratterizzato come una fucina di attività, progetti, idealità di una realtà che nel confronto con la città e il tessuto sociale esterno viveva e vive il senso stesso della propria esistenza.

I rapporti con la scuola, con la formazione professionale, con il mercato del lavoro, con il mondo della cultura e dell’arte sono e sono stati – nelle varie stagioni vissute dal Ferrante – il faro di un’attività in continuo adeguamento alle sfide sempre diverse della società che cambia. Lo testimoniano in modo eloquente i libri "Il cortile dietro le sbarre" di don Domenico Ricca, storico cappellano salesiano del Ferrante, e "Il maestro dentro" di Mario Tagliani, per trent’anni insegnante all’Ipm.

Un carcere per detenuti minorenni e giovani adulti, con tutta la forza dello “scandalo” e del pugno nello stomaco nel vedere e nel pensare alcuni di quei visi dietro le grate di una porta blindata, può avere un senso e un’utilità sociale solo se il carcere – questo carcere in particolare – viene vissuto dalle istituzioni territoriali come un pezzo significativo del tessuto sociale di propria competenza.

La Regione, la Provincia (per le competenze residue, sulla scuola in particolare), il Comune devono rilanciare la propria attenzione a questo ambito e sostenere i progetti e le iniziative che lì continuano a nascere e a crescere.

In questi anni ho potuto toccare con mano l’eccellenza di alcuni interventi: dalla cioccolateria alla cucina, dall'alfabetizzazione ai percorsi scolastici più significativi, dalle partite a calcio alle sfide rap, dai laboratori di grafica a quelli di ceramica artistica, dai concerti di Mi.To alle lezioni sulla Costituzione della Commissione Giustizia della Camera, dalle presentazioni del Salone del libro per finire con i “pensieri scomodi” di una piccola comunità penitenziaria (46 posti di capienza, oggi 35 presenti: dal 2013 solo maschi).

L’ultima sfida lanciata dalla Direzione, pur condizionata dal periodo della pandemia e del lockdown, è quella di dotare l’Ipm di uno spazio per un teatro attrezzato e adeguato ad accogliere le tante iniziative interne ma anche in grado di aprirsi alla città, al quartiere.

Confermando la vocazione di un’istituzione strettamente legata al tessuto sociale cittadino, recentemente è stato lanciato un crownfunding per sostenere il progetto e questo non è solo un metodo necessario di condivisione di un progetto, ma anche l’offerta opportuna alla “società libera” di appropriarsi di uno spazio, come presupposto per sempre nuovi rapporti e relazioni fra il "dentro" e il "fuori”.

Una sfida impegnativa non solo per la raccolta dei soldi necessari, ma soprattutto per il consolidamento di una rete di relazioni con il territorio.

Guardare al Ferrante Aporti vuol dire – in questo caso – guardare a un carcere che non vuole essere chiuso in sé stesso né lasciato alla mera funzione di inevitabile temporanea separazione del reo dalla società e che, in primo luogo nei suoi organi dirigenziali, ben sa accettare questa sfida con passione e competenza.

L’auspicio, nell’attesa di futuri modelli, progetti e finanziamenti straordinari, non può che essere che si dia oggi una mano concreta alla direttrice Simona Vernaglione per la realizzazione del progetto “WALL coming! – un teatro per la città all’Ipm Ferrante Aporti di Torino”, anche perché questa attenzione contribuirebbe efficacemente e ulteriormente a trasformare le “celle” in “stanze di pernottamento”.