La storia di Arthur Ashe

“Arthur Ashe ha vissuto la vicenda psicologica del ‘viaggio dell’eroe’, quella delle persone assolutamente fedeli ai propri principi nel corso della loro esistenza, magari questi principi possono nel tempo cambiare ma la coerenza rimane”. Con queste parole lo psicologo Giuseppe Vercelli ha brevemente tratteggiato la vita di Arthur Ashe, il grande tennista morto nel 1993, primo ed unico nero a vincere il prestigioso torneo di Wimbledon nel 1975 e ad aver condotto, anche da capitano, più volte alla vittoria la compagine statunitense in Coppa Davis.

Il libro autobiografico scritto da Ashe, nell’ultima fase della sua vita, con Arnold Rampersad si intitola “Giorni di grazia” ed è stato tradotto e pubblicato quest’anno a Torino, per la prima volta in Italia per i tipi di “add editore”.

“Si tratta in uno dei rari casi – ha spiegato l’ex allenatore della nazionale di pallavolo e attuale amministratore delegato della ‘Scuola Holden – Storytelling & Performing Arts’, il torinese Mauro Berruto – di grande campione in grado di cambiare la storia del proprio sport ma anche del mondo intorno. Veramente straordinario sul campo e decisivo fuori come, per esempio Muhammad Ali”.

Una persona, Ashe, di grandissime qualità umane, di una correttezza e rispetto degli avversari e degli arbitri fuori dal comune, che al centro della propria vita aveva messo l’importanza della reputazione.

Con questo stile, l’atleta nato a Richmond nel 1943, ha attraversato episodi di discriminazione e malattia, compresa l’Hiv che contratta per una trasfusione durante una operazione lo portò alla morte.

Uno spaccato degli anni d’oro del tennis e della società americana e non solo, in evoluzione anche attraverso le battaglie civili di questo grande personaggio.